
Conclusione delle ricerche a Saydnaya: nessun altro prigioniero rinvenuto
ROMA – I Caschi Bianchi, noti per il loro impegno nei soccorsi in Siria, hanno annunciato oggi la conclusione delle operazioni di ricerca all’interno della prigione di Saydnaya, una delle strutture detentive più temute del paese. In una nota ufficiale, si afferma che le ricerche non hanno portato alla luce "aree non aperte o nascoste" all’interno della struttura, sempre più al centro di controversie per il trattamento riservato ai detenuti.
La prigione di Saydnaya ha un triste passato legato al regime di Bashar Al Assad, che ha detenuto migliaia di civili innocenti. Nella nota si legge che "le famiglie degli scomparsi e dei sopravvissuti" avevano condiviso il timore che alcuni detenuti potessero non essere stati liberati nell’ultimo periodo, ipotizzando che fossero ancora trattenuti in "aree sigillate e protette". I Caschi Bianchi hanno espresso "profonda delusione" per il prolungato mistero che circonda le sorti di queste persone e hanno manifestato la loro solidarietà alle famiglie in cerca di risposte.
L’operazione di ricerca ha coinvolto cinque team, tra cui due unità K9 (cani poliziotto addestrati), che hanno ispezionato accuratamente ogni angolo della prigione. "Nonostante questi sforzi estesi," il comunicato sottolinea, "non sono state identificate aree nascoste o sigillate." Questa affermazione chiude un capitolo di speranza per molte famiglie, che continuano a vivere nell’incertezza riguardo al destino dei loro cari.
Nel frattempo, la situazione in Siria rimane complessa. Le tensioni tra le forze israeliane e quelle siriane si sono intensificate, con almeno 310 raid documentati dall’inizio della crisi di Assad, secondo l’Osservatorio siriano per i Diritti umani. I Caschi Bianchi sono stati impegnati anche in operazioni di emergenza a Damasco, dove sono intervenuti per spegnere incendi in edifici pubblici.
In un contesto di assidua vigilanza e tensioni crescenti, i Caschi Bianchi continuano a lavorare in diverse province della Siria, rimanendo un faro di speranza e aiuto per una popolazione che ha vissuto anni di conflitto e sofferenza.