
Il processo per l’omicidio di Sofia Stefani: testimoni raccontano relazioni e tensioni sul lavoro
BOLOGNA – Le testimonianze al processo per l’omicidio di Sofia Stefani si fanno sempre più inquietanti, rivelando una rete di dinamiche personali e professionali complesse. La vigilessa, uccisa lo scorso maggio da un colpo d’arma da fuoco esploso dall’ispettore Giampiero Gualandi, aveva una relazione extraconiugale con l’accusato, che è anche il suo ex comandante.
"Sofia Stefani si chiudeva spesso in ufficio con Gualandi, anche a lungo, e sempre con la porta chiusa." A dichiararlo è stata Silvia Fiorini, comandante della Polizia locale di Anzola e Sala Bolognese, durante la sua deposizione in Corte d’Assise. La Fiorini ha inoltre rivelato che, ogni volta che chiedeva informazioni sui turni della vittima, riceveva risposte vaghe, alimentando ulteriori sospetti.
In un episodio controverso, sono stati trovati "dei capelli neri lunghi nel bagno degli uomini", il che ha portato a battute infelici tra i colleghi, come quella che suggeriva che potessero appartenere alla Stefani. Questi dettagli hanno aggiunto un ulteriore strato di complessità alla vita lavorativa e personale della vittima, avvolgendola in un clima di crescente tensione.
La Procura accusa Gualandi di omicidio volontario, affermando che il legame affettivo con la vittima e i futili motivi aggravano la sua posizione. Sofia Stefani, 33 anni, fu uccisa il 16 maggio 2024 da un colpo al volto partito dalla pistola di ordinanza di Gualandi. L’ispettore ha sostenuto che l’arma fosse partita accidentalmente durante una colluttazione, mentre l’accusa parla di omicidio volontario.
Fiorini ha continuato a delineare un quadro di lamentele costanti da parte dei colleghi nei confronti di Stefani. "Molti di loro mi chiedevano di non essere messi in turno con lei, perché non si sentivano tutelati." La Fiorini ha spiegato che la vigilessa interagiva con i cittadini fermati in maniera considerata "inappropriata", non rispettando le gerarchie e sollevando dubbi sulle decisioni del suo capo pattuglia, telefonando spesso a Gualandi per chiedere chiarimenti.
In un altro colpo di scena, il tenente dei Carabinieri Vincenzo Bazzurri ha fornito ulteriori elementi di prova. "Nell’armadietto di Gualandi ho trovato due fotocopie: una con due mani intrecciate e l’altra che ritraeva un seno." Accanto a queste immagini, è stato trovato anche un foglio su cui erano scritte, a matita, le lettere ‘G’ e ‘S’ con la data 20 aprile 2024, che lasciano spazio a diverse interpretazioni.
Il processo prosegue, rivelando ogni giorno nuovi dettagli su una storia tragica e complessa, che pone interrogativi non solo sulle dinamiche all’interno della Polizia locale, ma anche sulla gestione delle relazioni interpersonali in ambito lavorativo. Con la speranza che la verità emerga, la comunità attende il verdetto in questo caso che ha scosso profondamente Anzola dell’Emilia e non solo.